È possibile stabilire un interessante rapporto tra il latino fas e ius e il vedico dhaman e vta.
Lo ius latino corrispondeva allo yos vedico e allo yaos ayurvedico.
Ai tempi in cui la nozione del diritto era avvolta nelle nebbie di una visione magica del mondo, l'infrazione alle regole non era considerata un atto volontario, quanto piuttosto un colpo di sfortuna, uno scherzo del fato, subito più che attuato dalla persona.
A supporto di tale tesi, ci viene in aiuto, al solito, la lingua. In una società indoeuropea tipicamente pre-agricola, dove la ricerca quotidiana del cibo presupponeva spostamenti a volte lunghi e solitamente a piedi, il reato assume la forma dell'infortunio, dell'inciampo. Nel senso letterale del termine: il cammino che si percorreva alla ricerca del cibo era irto di difficoltà, piste incerte e piene di ostacoli.
In latino, scelus (delitto) corrisponde al sanscrito skhalati, che significa inciampare. Pertanto, il delitto inteso come infortunio che capita per strada: un inciampo vero e proprio (1).
Del resto, il termine latino per peccare deriva dall'aggettivo (ormai andato perduto) peccus, a sua volta derivato dalla radice ped (piede) con l'aggiunta del suffisso -cus (lo stesso che ritroviamo in mancus, difetto della mano, monco). In definitiva, il peccato è un passo falso.
Lo scelus latino si è fissato a livello giuridico come delitto, mentre ha avuto un'evoluzione ad esempio nel mondo germanico: lo schuld tedesco (debito) ha la stessa derivazione, ma ha subito uno spostamento semantico entrando nell'ambito economico, dove appunto designa uno stato di inferiorità economica, piuttosto che giuridica.
(1) G. Dumézil, La religione arcaica dei romani, BUR 2001