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La lingua-padre

Articolo di Paolo Teobaldi. Ha fatto il traduttore, il copywriter e l’insegnante (d’italiano e di “scrittura creativa”).

«Ti possono cambiare la vita anche i Dizionari!
Oh i dizionari, meraviglia del genere umano,
dono non di una ma di milioni di amanti!!!»
(Guido Ceronetti, Quei libri diventati
 memoria d’amore, «La stampa», 17 maggio 2010)
 
teobaldi.jpg_2088949202.jpgA casa dei miei, i libri erano pochi: tre di numero. Colpa dei Goti, diceva sempre mio padre falegname. Perché prima della guerra, il nonno (che di mestiere faceva il tipografo: anzi il proto) aveva un sacco di libri. Purtroppo dopo l’8 settembre la casa dove abitavano, era stata requisita dai tedeschi che presidiavano la Linea Gotica (gli ufficiali ai piani superiori, la truppa nel “loro” seminterrato in affitto) e quei barbari avevano fatto i danni, bruciando i mobili per scaldarsi e usando la carta dei libri per accendere il fuoco e per altri scopi meno nobili. Conclusione: tornato dal Lager nel giugno del ’45, mio padre trovò che della biblioteca paterna si erano salvati soltanto tre volumi: una Divina commedia illustrata dal Dorè; l’Opera omnia del poeta dialettale Pasqualón; un’edizione ridotta del Dizionario della lingua italiana del Tommaseo. Ancora oggi li conservo, e li consulto, con devozione. Da ragazzo mi sembravano ben poca cosa: ma poi, crescendo, ho capito che erano tre pilastri fondamentali. In fondo, come narratore mi sono sempre mosso all’interno di quella ideale triangolazione.
 
Ho imparato a leggere prima d’andare a scuola. Non che fossi un genio: lo era mio padre che, quando non era a bottega, mi portava sempre con sé dovunque andasse, sulla canna della bicicletta: a spasso o all’osteria, nei negozi o nelle ville dei signori dove aveva montato dei mobili fatti su misura, a marina a fare il bagno o al camposanto; e, intanto che pedalava, parlava con me e leggeva a voce alta tutto quello che c’era da leggere: i segnali stradali, le insegne dei negozi (Ferri / Oro & Argenti… Ferri era il nome del titolare); Sali & Tabacchi; Poste & Telegrafi; Macelleria / Sabato trippa; le targhe dei camion e delle automobili sulla Nazionale, le lapidi e i manifesti funebri, le pianete dei mendicanti, le civette davanti alle edicole, i volantini della Carovana del Giro d’Italia: e me li faceva ripetere a voce alta, come fossero delle grandi verità.
Così ricordo perfettamente il giorno in cui mi accorsi di saper leggere: era il primo novembre del 1950. Io avevo tre anni e mezzo e mio padre mi aveva portato per la prima volta al duomo per farmi vedere i Santi e i Beati della nostra amata città: i quali per il restanti giorni dell’anno riposavano nelle loro arche, invisibili dietro le tendine rosse damascate (Come i camionisti, disse mio padre, che dormono a turno nella cuccetta della cabina mentre l’altro guida).
Dopo quella vista indimenticabile (il parroco aveva mentito: non solo i Beati ma neanche i Santi erano incorruttibili) ci voleva qualcosa per tirarci su e allora mio padre mi portò in una drogheria poco distante dalle logge della prefettura e ordinò delle ciliegie sotto spirito: erano tre duroni, per la precisione, serviti in un bicchiere da punch con un dito di liquore rossiccio e uno stecchino per infilzarle. Mio padre, che era un signore, chiese un secondo stecchino e con quello mi offrì una delle tre ciliegie, dicendomi di masticare piano perché era roba forte. E infatti, dimenticati i teschi e gli scheletri grazie a quella prima comunione alcolica, uscimmo dal negozio ed io, più che camminare, galleggiavo sul selciato sempre tenuto per mano da mio padre. E dato che lui s’era tenuto in bocca lo stecchino a mo’ di sigaretta, lui che non fumava, anch’io fumavo per gioco il mio stecchino: poche volte nella vita ero stato (e sarei stato) così contento.
In piazza, un altro spettacolo. C’era un camion dei pompieri ma per fortuna nessun incendio. Tutti erano col naso per aria: in alto, in cima alla scala, sul tetto di un palazzo vicino alla prefettura due vigili del fuoco stavano montando un’insegna pubblicitaria: qualcosa che da noi non s’era mai visto perché le parole non erano dipinte a stencil come nei segnali stradali, col nero o con la biacca; né con lo smalto (celeste sul bianco o viceversa) come i nomi dei barchetti e dei bagnini sui capanni, bensì fatte di uno strano tubo di vetro, una specie di bigolo flessibile che senza alcuna interruzione componeva delle lettere sotto una figura: un moretto, non il gelato, un negretto tutto sorridente che reggeva a due mani sulla testa un piatto con sopra una tazza di caffè fumante. E poi i pompieri di sopra a un certo punto diedero la voce ai pompieri di sotto, i quali azionarono un comando sul camion e la scena si accese, anzi si animò: il negretto camminava sorridendo sui coppi, il caffè fumigava e nel mio cervello si compose la scritta che mio padre già stava per leggermi ad alta voce ma io arrivai a pronunciarla un attimo prima di lui: Caffè Foschi c’era scritto, in uno splendido corsivo colorato e luminoso al neon: una specie di roveto ardente di fronte ai merli della prefettura.
Appurato che sapevo leggere, e di lì a poco anche scrivere, misi a frutto le mie capacità e la bibliotechina di famiglia con i compagni e le compagne di giochi in quell’irripetibile susseguirsi di stagioni e di mezze-stagioni, meraviglioso pastone fatto di foglie secche, di nuvole, di refoli di vento e di neve, di favole di Natale, di frottole, di fragole, di nespole, di trottole, di caccole (che Milio sparava di precisione col dito medio), di Giro d’Italia, di Mille Miglia, di boccole (fatte con due visciole) pendenti dalle orecchie delle femmine, di sandali, di zoccoli bitonali, di cefali e di grancevole, di giuggiole, di esplorazioni sempre più lontani da casa, di partite a pallone infinite su vialoni non ancora asfaltati dove passavano al massimo due-tre macchine al giorno, preannunciate da un gran polverone: liberi per essere liberi, naturalmente nei limiti delle inderogabili Leggi dettate dai nostri genitori prima d’andare a lavorare:
1. (Con la fionda) Mai tirare sassi senza prima aver controllato l’eventuale presenza di vecchi e di bambini, di vetrine e di finestre, lungo la traiettoria;
2. (Con l’arco) Mai usare come frecce le stecche degli ombrelli che avevano fatto cappellaccio per via del garbino;
3. (Riservato a noi maschi) Non giocare al dottore con le femmine [ma con chi, se no?];
4. (Ultima raccomandazione, in realtà il primo di tutti i comandamenti possibili) Non attraversare la Nazionale per nessun motivo al mondo: soprattutto dopo che il nonno di Milio era finito con la bicicletta sotto un camion a rimorchio che l’aveva ridotto a una crescia: un’orribile piadina di sanguinaccio, raccontava mio padre che aveva assistito alla scena, in cui non si distinguevano i budelli dalle camere d’aria.
In quegli anni il Tommaseo di mio nonno tipografo si rivelò un libro fondamentale, anche se sapevo benissimo quello che rischiavo. Del resto lo sapevano tutti: una bugia faceva sette anni di purgatorio; con una bestemmia si andava dritti all’inferno. La mia ricerca linguistica era poco distante dal peccato mortale.
Il Tommaseo però era forte perché ci trattava da grandi ma usava una lingua che ci faceva morire dal ridere. Cito solo qualche esempio, confidando di non passare per cattivo maestro proprio adesso che, come insegnante d’italiano, sono in pensione.
«Culo, sm.: Quella parte di dietro del corpo, colla quale si siede, e si evacuano le feccie.»
«Coglione: sm.: testicolo; uomo gaglioffo.»
Prendevo coraggio (ma le femmine minacciavano di dirlo a mia madre, alle suore della materna, ai vigili urbani, al primo che indossasse una divisa, fosse anche un postino o il boia-dei-cani, cioè l’accalappiacani). Ma dato che ridevano anche loro come matte, la mia ricerca continuava:
«Puttana,add. e sf.: femmina che per mercede fa copia disonestamente altrui del suo corpo, meretrice, femmina di mondo, mondana.»
«Cazzo, sm.: membro virile; detto ad uomo vale zugo.»
Da noi zugo non s’era mai sentito dire. Il Tommaseo però ci dava conferma più avanti:
«Zugo, sm.: membro virile: detto ad uomo vale inetto etc.»
E finalmente, inferno o non inferno, si arrivava all’innominabile:
«Fica, sf.: Propriamente direbbesi il frutto del fico, se altra idea attaccata a questo medesimo suono disonesto e prevalsa non ne avesse proscritto l’uso dalla società civile: parte vergognosa della femmina: quell’atto che colle mani si fa in dispregio altrui, messo il dito grosso tra l’indice e il medio.»
Iscritto anzitempo alla primina, che era una specie di prima elementare sub condicione, al Tommaseo del nonno si aggiunse un Novissimo dizionario della lingua italiana del Palazzi, dono di una zia ipovedente che lavorava come domestica fissa da un notaio: una persona molto generosa, che a ogni cambio di stagione le regalava dei libri usati e delle magnifiche cravatte Marinella, che lei poi girava a noi.
Mio padre, che io ho visto incravattato solo nella cassa da morto, con le cravatte Marinella ci faceva i piumacci per lucidare i mobili, sostenendo che per l’impiallacciatura erano una mano santa; mia madre ci ricavava degli stracci per spolverare; io ci asciugavo le loro biciclette dopo la pioggia o mi bendavo un occhio quando giocavamo ai pirati.
Il Palazzi, pur essendo più moderno (era Novissimo), in realtà era più antico del Tommaseo e non ci dava alcuna soddisfazione scientifica: sembrava sempre d’essere alla dottrina. Cominciava male già dall’Introduzione, che dopo poche righe dichiarava:
«Rassicuriamo anzitutto genitori ed educatori. Questo dizionario – destinato alle persone bennate e specialmente agli studenti – può essere dato in mano al ragazzo con perfetta tranquillità: ne sono state escluse di proposito  non solo le voci scurrili e oscene, ma quelle anche che potessero come che sia turbare l’ingenuità del ragazzo o le sue idee morali e religiose.»
Mancavano tutte le parole che a noi interessavano, che invece il Tommaseo ci spiegava senza ipocrisia. Non c’era cazzo, non c’era fica. In compenso c’era patacca, ma la definizione era incompleta e fuorviante, anzi decisamente sbagliata:
«Patacca,sf. (dallo sp. Patàca): nome di una moneta di rame di poco pregio; cosa di nessun pregio; grossa macchia di sudiciume.»
I casi erano due: o il Palazzi mentiva sapendo di mentire oppure viveva sulla luna. Da noi tutti sapevano cosa voleva dire patacca, anche se non si poteva dire. Conclusione: il Palazzi, a differenza del Tommaseo, non era affidabile. Del resto, subito prima dell’Introduzione c’era una breve nota, di cui compresi pienamente il significato solo qualche anno più tardi:
«Alla compilazione di questo dizionario ha prestato lunga, amplissima e valida collaborazione il prof. Eugenio Treves. Di questa sua collaborazione gli vien qui dato oggi quel riconoscimento che gli era dovuto e che, per ragioni contingenti, non fu possibile dargli fin dalla prima stampa del dizionario.»
Traduzione: il Novissimo Palazzi era stato compilato in buona parte dal prof. Eugenio Treves: ma poiché Treves era ebreo, dopo le leggi razziali del ’38 era stato cacciato dalla redazione e il suo nome cassato dalla prima edizione (che era del ’39): e, a dirla tutta, anche dalla successive ristampe.
A volte però, anche se ipocrita e testone, il Palazzi era anche divertente. C’erano delle parole che si vedeva subito che erano state compilate da chi non aveva idea di cosa fosse la lingua viva. Me ne ricordo alcune:
«Pallamaglio, sm. T. sport.: giuoco (sic) su terreno piano con una palla di legno che si fa correre con un maglio; ed è quello che gli Inglesi e i malparlanti chiamano cricket
Ma da noi, in quegli anni poco distanti dalla seconda guerra mondiale, tutti sapevano cos’erano i palamaj (la pronuncia corretta richiedeva una elle e mezzo) perché erano sotto gli occhi di tutti: erano le stampelle, le grucce che usavano gli invalidi di guerra, i mutilati, i bambini offesi dalla poliomielite, gli infelici. Pallamagli usati non per giocare a cricket ma per sostenersi, con la traversa di legno sotto le ascelle imbottita con vecchie stoffe, fustagni o flanelle, ricavati da divise militari dismesse.
«Borgognone, sm., T. mar.: massa di ghiaccio galleggiante, la stessa che i malparlanti dicono iceberg
Anni dopo scoprii con una certa commozione che anche Pavese, che fascista non era, aveva usato la parola borgognone, magari per non fare la figura del malparlante. Nella sua traduzione di Moby Dick scrive infatti (siamo all’inizio del Capitolo XXIX):
«Altri giorni passarono e, abbandonati a poppa ghiacci e borgognoni, il Pequod ora andava rollando nella radiosa primavera di Quito…»
Ormai ero grande e andai controllare il testo originale di Melville:
«Some days elapsed, and ice and icebergs all astern, the Pequod now went rolling through the bright Quito spring…»
Ne dedussi che, se i borgognoni erano gli iceberg, i ghiacci dovevano essere magari i ghiacci fissi del polo sud, cioè la banchisa (banchiglia, suggeriva in alternativa il Palazzi, oppure campi di ghiaccio, se non si voleva finire tra i malparlanti).
 
In sostanza il Palazzi del notaio ce l’aveva coi malparlanti. E i malparlanti, si capiva benissimo, erano di due categorie:
a. quelli che usavano parole straniere al posto di quelle italiane, soprattutto se erano termini della lingua inglese, cioè parole degli Inglesi, che evidentemente il Palazzi, a cinque-sei anni dalla fine della guerra, considerava ancora dei nemici;
b. quelli che parlavano il dialetto.
 
Invece mio padre falegname parlava il dialetto ma non era un malparlante: era un poeta bilingue. Conosceva benissimo l’italiano, leggeva La Divina commedia del nonno, ma a casa normalmente parlava un dialetto ricco di vocaboli, ironico, saporito, senza ricorrere né al turpiloquio né alle bestemmie (se non nei rarissimi casi in cui l’Onnipotente, distrattosi un attimo, aveva bisogno di una tiratina d’orecchie).
Così non dimenticherò mai il mio primo giorno di scuola alla primina. Subito dopo la preghiera e l’appello, prima ancora delle aste, la maestra, una vedova di guerra, si rivolse a noi scolari nel suo italiano un po’ militaresco:
«Alzino la mano, comandò, i bambini i cui genitori a casa parlano italiano.»
Di trenta che eravamo, alzarono la mano una decina circa (la figlia del dottor X… il figlio del dentista Y… il figlio del notaio… la figlia di un possidente…).
«Adesso invece, continuò, alzino la mano i bambini i cui genitori a casa parlano dialetto.»
Con una certa esitazione alzammo la mano in venti, noialtri figli di operai (della Benelli, della fonderia, del cantiere navale, delle tante botteghe artigiane del centro).
La maestra teneva in mano un righello nero a sezione quadrata, di bachelite o forse d’ossidiana, che di colpo e senza alcun motivo sbatté rumorosamente sul piano della cattedra. Dopodiché, rivolgendosi a noi, figli di malparlanti, ordinò col dito levato:
«Oggi, quando sarete tornati a casa, dite ai vostri genitori di parlare in italiano, non in dialetto, perché il dialetto è volgare e vi sarà sempre d’ostacolo, nella vita e negli studi. Fra cinque anni rischierete di non superare l’esame d’ammissione e quindi di finire all’Avviamento e poi magari a fare gli operai».
Nessuno di noi osò replicare, anche se quello era il mestiere dei nostri genitori.
Tornato a casa, seduto a tavola coi miei, ripetei come un pappagallo quello che la maestra ci aveva detto di dire, cioè che a casa bisognava assolutamente parlare in italiano, non il dialetto, perché eccetera.
Rivedo ancora la scena. Mio padre, che stava finendo di gusto i suoi fischioni nel reale (quel giorno, per festeggiare, mia madre aveva fatto il sugo con la salsiccia), disse piano tra i denti:
«A jò capìd… acsé me a n’avrìa da parlè mèi» (Ho capito… così io non dovrei parlare mai).
 
N.B.: Il primo paragrafo del racconto è stato pubblicato, col titolo I libri del figlio del falegname, in un foglio volante formato A3 dalla Libreria Il catalogo di Giovanni Trengia, Pesaro, maggio 2010.

Paolo Teobaldi è nato nel 1947 a Pesaro, dove vive e scrive. Ha fatto il traduttore, il copywriter e l’insegnante (d’italiano e di “scrittura creativa”); socio fondatore del Gusto dei Contemporanei. Come narratore ha pubblicato: Scala di Giocca (EDES, Cagliari, 1984); dopodiché, sempre per le Edizioni e/o di Roma, Finte. Tredici modi per sopravvivere ai morti (1995); La discarica (1998); Il padre dei nomi (2002; Premio Frontino-Montefeltro 2002); La badante. Un amore involontario (2004); Il mio manicomio (2007).
 
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